Gazzetta 1 – Malpensante 0: ora c’è bisogno di tutti voi

Abbiamo pensato a lungo se pubblicare o meno questo pezzo. E uso il plurale perché ci metto dentro anche Stefano, che è il diretto interessato. Negli ultimi giorni, però, Stefano è stato purtroppo anche vittima di un brutto episodio di salute, un infarto con annessa operazione, e ho deciso di procedere in autonomia per non lasciare nulla in sospeso, anche moralmente, nei suoi confronti.

Questa è una brutta storia, spiacevole per molti versi, che però può ancora “svoltare” e diventare qualcosa di diverso, se c’è volontà di farlo e c’è anche la collaborazione di tutti i tifosi, interisti e non, sensibili alle tematiche riguardanti media, giornalisti e giornali.

Il 10 Febbraio 2020, il Tribunale di Milano – sulla base di motivazioni che, allo stato attuale, anche per l’emergenza Covid, non ci sono ancora note – ha condannato per diffamazione l’autore di un pezzo sarcastico pubblicato su una piattaforma online: 4 mesi e 10mila euro. Ripeto, 4 mesi e 10mila euro.

I querelanti? Due giornalisti della Gazzetta dello Sport, S.V. e M.G. Consentiteci di non diffonderne, almeno al momento, i nomi per esteso.

L’imputato è Stefano Massaron, l’articolo a sua firma era apparso su ilMalpensante.com nella notte tra il 30 settembre e il 1° Ottobre del 2016.

Mettiamo le mani avanti, invitandovi sin da subito a leggere fino in fondo perché, magari, c’è anche modo di trasformare questa triste vicenda in una cosa diversa: questa non è una “chiamata alle armi”, né un modo per esacerbare i toni verso i due noti giornalisti, né per schierarsi contro la Gazzetta dello Sport [che, per inciso, al contrario di quanto lo stesso giornale ha affermato all’indomani della sentenza – e Stefano aspetta ancora la rettifica – non ha mai avuto alcuna parte, attiva o passiva, nel processo contro Massaron; quella celebratasi avanti al Tribunale di Milano, in altre parole, non è, né è mai stata, una “causa della Gazzetta” – NDR].

Ma ci torniamo poi, perché non è per questa ragione che siamo qui.

Scriviamo perché la vicenda è triste per molti motivi, ma anche perché, con essa, si apre una maglia enorme sul tessuto della rete e delle sue varie ramificazioni, tra blog e social, che rischia di avere enormi ripercussioni sulla libertà di espressione in rete. E tu, caro tifoso avversario che magari in questo momento stai cominciando a esultare, fermati un attimo e pensa che è una cosa che riguarda anche la tua libertà di parola.

Ora hai due modi di proseguire: se hai fretta e vuoi darci una mano, ti basta cliccare sulla parola “salta” che vedrai nella prossima riga, altrimenti segui tutta la storia. Che è lunga, sì, ma con tutti i dettagli per ricostruire la vicenda.

Salta alle conclusioni, oppure…

Se sei qua, allora proviamo a ricostruire i fatti.

In quel periodo, l’Inter era allenata da Frank De Boer e le cose andavano piuttosto male, per la squadra. IlMalpensante.com era appena nato (il primo articolo è di inizio luglio 2016) e aveva un indirizzo piuttosto chiaro: si era trasformato, in breve tempo, dalla pretesa (grossolana e fuoriluogo, anche se abbiamo scritto delle cose bellissime) di parlare di tutti gli sport al focus su calcio e soprattutto sull’Inter, ma sempre con quella vena di ironia e di sarcasmo che, purtroppo (credo), molti di voi non hanno potuto conoscere.

Già nel nome stesso del sito, non a caso, c’è una sorta di “dichiarazione” su quella che era la linea iniziale, rafforzata anche dall’immagine scelta come logo. Da una parte c’è l’omaggio a Gesualdo Bufalino, uno dei miei scrittori preferiti, e dall’altra la voglia di manifestare la volontà di essere sarcastici, caustici, pungenti, ironici, ma senza mai dimenticare di rivolgere, per primi verso sé stessi, le medesime “armi”.

La scimmia che pensa, quindi, è riferita proprio a questo (tra le varie interpretazioni che potete dare): che spesso si leggono e si scoprono cose che non sappiamo spiegare, nel bene o nel male. Ma, piuttosto che “colpevolizzare” gli altri, l’idea è quella di (auto)definirsi “scimmia”: sensibile, senziente, pensante sì, ma che non può andare oltre.

Insomma, non comprendere e “malpensare per demeriti propri”, un concetto che si esprime proprio nell’articolo di presentazione del sito: ci interessa esprimere delle opinioni, talvolta anche con la consapevolezza di essere provocatori, isolati, trasgressivi, non convenzionali… e malpensanti.

In quel periodo, ad “animare” i pezzi pubblicati sulle nostre pagine, inventavamo anche personaggi più o meno surreali, come Mario Mimmo Sofferti Piangimonti, Dirk Habent (l’anagramma di Bad Thinker, mal pensante), Pierre-Silvye Assange (unione tra “Pier Silvio”, riferito a Berlusconi, e Assange di Wikileaks).

Inventavamo anche interviste impossibili, qualche titolo grottesco (“Inter Hapoel: almeno un po’ d’orgoglio, ignoranti!” oppure “HorrorInter”), sempre con lo stesso taglio: era un sito diverso da come lo conoscete adesso.

Ma è sempre stato, è e sarà sempre un sito interista, il cui unico fine è proprio l’Inter, la passione per il nostro tifo, ma più in generale verso il tifo più sano e che ancora sa ridere di sé stesso: tra i tanti follower, del resto, ci sono anche molti tifosi di Napoli e Milan, qualche comunque nutrita rappresentanza di Lazio e Roma e altre. Anche juventini, se è per questo.

La stella polare di questo sito, però, alla resa dei conti è la stessa che, ne siamo convinti, orienta quelli degli amici di Bauscia, di Settore, di FabbricaInter e tutti gli altri (scusate se non li cito tutti): difendere la propria passione. Che è l’Inter, che è lo sport, il calcio.

C’è bisogno di “difenderla”?

L’abbiamo sempre fatto, Stefano lo ha sempre fatto. In passato si è anche beccato minacce, serie e preoccupanti… che non sono medaglie al valore, perché Stefano ha sempre confessato che ne avrebbe fatto volentieri a meno, e questa è ben lungi dall’essere una sorta di autocelebrazione vittimistica — anche perché sarebbe stupido: se si prendono posizioni scomode, è anche nell’ordine naturale delle cose che vi siano reazioni scomode. Le ho ricevute anche io, serie e preoccupanti, ma in 4 anni è la prima volta che ne scrivo: sappiamo che può succedere.

Ma torniamo ai fatti.

L’articolo in questione è andato online di notte: l’indomani mattina mi segnalano (a me, ADV) la reazione di uno dei futuri querelanti, ovvero S.V. In quel momento ho chiamato Stefano, avvisandolo che, non essendo evidentemente stata ben accolta l’ironia, avrei messo immediatamente offline l’articolo; Stefano si è mostrato immediatamente d’accordo e dispiaciuto. Ricordo ancora le sue parole: “sono uno scrittore e se non sono riuscito a farmi comprendere devo aver sbagliato qualcosa.

L’intento di Stefano, così come di chiunque collaborasse a vario titolo sul sito, infatti, non era certo quello di offendere le persone.

In quel momento, peraltro, arrivano decine e decine di messaggi di persone che ci dicono di esser pronte a supportarci se teniamo dritta la barra e, anzi, insistiamo. Parlano persino di supporto economico, con un impegno più che sostanzioso (e che oggi servirebbe a coprire gran parte del risarcimento…).

Non ci ho pensato neanche un istante io, nemmeno un istante Stefano: non c’era interesse per quel genere di visibilità da parte nostra; non se l’effetto della passione era che qualcuno si sentisse offeso. Chiunque.

Su questo sito è stato fatto, quindi, tutto quello che è stato ritenuto essere necessario per impedire la diffusione dell’articolo. Non ne avevamo la forza né le potenzialità di far diventare virale l’articolo, perché eravamo appena nati e perché non c’era ancora l’effetto “a cascata” che c’è adesso su molte cose de ilMalpensante. Almeno non in autonomia, non da soli.

A questo riguardo, vi do dei numeri che oggi, sinceramente, fanno un po’ sorridere, ma che indubbiamente chiariscono di cosa stiamo parlando. In quel periodo, il sito generava circa 2.100 “visualizzazioni di pagine uniche” e circa 1.000 utenti al mese. Per “utenti”, però, Google non intende “persone”, così come con “visualizzazioni di pagina uniche” non intende una singola lettura: un singolo utente infatti può aprire più sessioni, che possono verificarsi nello stesso giorno o nell’arco di diversi giorni, settimane o mesi. Al termine di una sessione, esiste quindi l’opportunità di iniziare una nuova sessione.

Così dice Google nelle sue linee guida: qui il link.

Per Google Analytics, “utente” non significa “persona”. Per utente si definisce quella combinazione di indirizzo ip (è un “indirizzo” che ci viene assegnato ogni volta che ci colleghiamo a una qualunque rete, come internet), dispositivo e browser. Un “utente” viene identificato con un cookie, un piccolo file che risiede su quel browser di quel determinato dispositivo. Se, semplificando un po’, una persona inizia la lettura del post dal pc dell’ufficio, la prosegue sui mezzi pubblici dal proprio cellulare e la finisce a casa dal tablet di famiglia, il risultato in termini “analitici” sarà quello di “tre utenti” diversi, sebbene la lettura dell’articolo sia stata una sola, da parte di una sola persona fisica.

Nei (già modesti) numeri sopra riportati, quindi, ci sono le innumerevoli visite di chi a quel tempo partecipava al sito, nonché della comunità commentante che spesso si riunisce sotto un unico articolo, magari con più dispositivi: a quel tempo erano circa una 20ina di persone, capaci di generare, da sole, 200 “utenti unici” e 400 “visualizzazioni uniche”, come minimo.

A questo va aggiunta anche un’altra metrica, ovvero il “tempo medio sulla pagina”, che è generato da ciascun “utente unico”. L’articolo di Stefano era piuttosto corposo, non ha mai scritto sotto le 2200/2500 parole: anche contando 120 parole al minuto (ritmo medio-alto di lettura), l’articolo si legge(va) in 16/17 minuti.

Il tempo medio sulla pagina, però, è di 1:04! A testimonianza quindi di molti lettori “usa e getta”, da commento, molte letture fatte da noi stessi, autori/editor del sito.

Il giorno peggiore per ilMalpensante è sempre stato il sabato: quell’articolo è uscito il venerdì notte e, considerando il traffico “endogeno”, non ha creato più di 150/200 lettori. Oggi (mi) fa sorridere ma al tempo era così.

A tutto ciò aggiungiamo che gli account social de ilMalpensante non hanno mai diffuso l’articolo, mentre l’unico tweet di Stefano che lo “lanciava” (fa ridere anche questa definizione) sul social in questione, ha catturato l’enormità di 8 retweet e di ben 13 “mi piace”.

La reazione, sempre via Twitter, di uno dei giornalisti, invece, genera “traffico” sul tweet dell’utente che aveva interagito con lui: quell’utente oggi ha 230 follower e non aveva, chiaramente, la capacità di generare traffico. È piuttosto la reazione del giornalista – che di follower, viceversa, ne ha diverse migliaia – a generare, invece, quell’effetto cascata che genera letture, mettendo anche interesse a diversi siti “collaterali” che volevano approfittare della “querelle”.

ilMalpensante, però, mette offline l’articolo e di fatto non lo rende più consultabile, né leggibile. L’articolo, di fatto, non c’è più.

Abbiamo anche chiesto a amici sui social di rimuovere i tweet e amici sui blog di togliere l’articolo, o al limite lasciare soltanto il link (che non avrebbe generato lettura, visto che l’articolo non c’era più). In un caso ilMalpensante è stato addirittura costretto a minacciare l’uso delle vie legali se non ci fosse stata la rimozione: ad oggi non c’è traccia online del pezzo e chiunque ce l’abbia non ha il permesso di pubblicarla da nessuna parte.

E, tutto questo, non perché ci si sentisse “in difetto” o “colpevoli”, ma perché non era intenzione insultare nessuno, non era intenzione offendere chicchessia: quante volte ci siamo detti, tra noi tifosi, che “Suning può mandare tizio o caio, Icardi o Ausilio, a lavorare nelle risaie cinesi”? Decine di volte: è stupido, se volete, ma che si tratta di battuta è evidente.

Torniamo a noi. Se si fosse voluto pubblicizzare la faccenda, si sarebbero guadagnati uno o addirittura due zeri in più nei lettori in un amen, nonché anche aspetti economici che a quel tempo potevano essere fonte di interesse da parte nostra. E sono arrivate molte pressioni in entrambi i sensi, tutte respinte.

Purtroppo siamo anche stati sfortunati, perché per un problema sul sito sono stati fatti due ripristini (credo ottobre e novembre, a quel tempo non avevo molta dimestichezza) che lo riportano online, pur ormai fuori dalla homepage, perduto nel mezzo di altri articoli: la homepage ne conteneva circa una dozzina, dal 2 al 31 ottobre ne abbiamo scritti 41.

Nonostante “non si vedesse”, nonostante il link non fosse diffuso, il tempo di vederlo online e lo si rimette offline, stavolta per sempre, nel senso che per sicurezza si eliminano anche i backup e i contenuti, fisicamente.

Dal punto di vista social, quindi, non è stato “cavalcato” nulla, né spinto alcuno a “battaglie sante” o men che meno ad “aggressioni mirate”. Sulla questione non ci sono interazioni né de ilMalpensante né di Stefano, non c’è nessun “tu per tu”. Niente.

Viceversa, vi sono stati un paio di episodi che hanno dimostrato l’esatto contrario; uno degli stessi giornalisti che, successivamente, ha querelato Massaron, nel 2016 è stato oggetto di ben due attacchi violentissimi. Uno da parte dei tifosi dell’Atalanta, che lo hanno definito “orfano di cervello”, addirittura con una manifestazione ad personam sotto la sede della Gazzetta a Milano: la questione “tifosi” ci premeva molto, dell’argomento ne abbiamo parlato (prima dell’articolo in questione) proprio “sfruttando” la vicenda tra i tifosi dell’Atalanta e questo giornalista. Un’altra volta più tardi, nello stesso anno. In entrambi i casi, nel nostro piccolo si è nettamente difeso il giornalista dagli attacchi subiti perché, in assoluta serenità e trasparenza di giudizio, ritenevamo che stesse dicendo cose scomode ma largamente condivisibili. Forse non tutte dette nella migliore delle maniere possibili, ma è nella natura del mestiere. Stava facendo il giornalista.

Per inciso, ad oggi non risulta che quelle minacce e quegli insulti – che erano e sono davvero tutt’altra cosa, rispetto al pezzo scritto da Massaron – abbiano portato a una querela verso chissà chi, ma si spera che la stessa, in realtà, ci sia stata e che, semplicemente, manchino informazioni a riguardo.

È allora Stefano che ha sbagliato qualcosa? Il primo PM, al termine delle indagini preliminari, aveva deciso per l’archiviazione, segnale inequivocabile che la questione è molto più che “pelosa” e che molto, in effetti, dipende più dalla sensibilità del giudice che dalla questione in sé.

Qui ci tocca tornare alla domanda di prima, che diventa importante: ma c’era davvero bisogno di “difenderla”?

Nel 2016 gli attacchi mediatici verso la nostra squadra sono stati di una violenza a tratti insopportabile, con un tenore di titoli e articoli che tutti noi tifosi interisti abbiamo giudicato “fuori scala”, irrispettosi per noi, la nostra passione, la nostra squadra.

Alcuni esempi:

Chiaramente sempre sullo stesso giornale.

Uno degli acme è stato proprio un articolo apparso su “La Gazzetta dello Sport”, in cui il famoso “motorino” di San Siro era photoshoppato e al suo posto messo un carretto cinese, con chiaro riferimento alla (nuova) proprietà interista. Tra l’altro, senza il rispetto per la privacy dovuto ai protagonisti di quella triste vicenda. Vizio in cui preferiamo non cadere e i volti li cancelliamo:

Il sarcasmo anche feroce, nei confronti della nostra squadra, era più che di moda sui giornali, a noi sembrava ci fosse persino un piacere morboso nel mettere in cattiva luce l’Inter: “almeno in tribunale vincono”.

La stessa valenza andava attribuita ad alcuni improbabili sondaggi online, i quali, in effetti, parevano assumere dignità di “notizia” solo ed esclusivamente in alcuni casi: la famosa “ironia del web che non perdona”, che peraltro, a quanto pare, piace solo quando è rivolta agli altri:

Con annesse “giustificazioni” che, però, stridono fortemente con il quadro generale, al punto tale da apparire a loro volta sarcastiche (“mai ci sogneremmo”), alla luce dei generali contenuti di titoli e articoli.

Per inciso, mentre ci siamo, per noi il problema non era soltanto quello che percepivamo come un “insulto all’Inter”, ma un atteggiamento della stampa che per noi era ed è inaccettabile. Ci sono passati quasi tutti (quasi, sappiamo che c’è qualcuno immune da questo genere di “ironia”, di questa legalissima ironia), prendo ad esempio soltanto un titolo dedicato agli amici milanisti:

Siccome riguarda il Milan ci godiamo sopra? Macché, l’esatto contrario.

E potremmo continuare con i Frank di Burro, oppure quell’insistere sulla proprietà cinese, quasi che essere cinesi fosse una colpa, sdoganando poi sui social tutto il razzismo che si nasconde dietro quei “fozza inda” di tanti tifosi avversari.

Oppure:

Tutte cose, queste appena riportate “a campione”, che secondo il sentire maggioritario del tifo interista andavano ben al di là del diritto di critica e di “giornalismo”. Sbagliavano i tifosi dell’Inter o la stampa? A quel tempo, sull’argomento scrivevamo su queste pagine parole precise che è giusto riproporre: “Insomma, chiunque in quel periodo si sente in diritto di “raccontare” il tecnico, oltre che la squadra e la società, con un tono davvero inaccettabile”.

Il contesto generale era questo, né più né meno. Ovvero quello di una gloriosa società e milioni di tifosi costantemente dileggiati e offesi sui giornali. Ogni dannato giorno.

Con quell’articolo Stefano ha offeso qualcuno? Le sue parole sono andate oltre la semplice “libertà di espressione”? Oltre la semplice “ironia”?

L’articolo ovviamente non è più riproducibile ma tutt’ora c’è la piena e ferma convinzione da parte nostra che fosse ampiamente nel solco dell’ironia e del sarcasmo, tra l’altro basandoci su una usanza ormai diffusa sui social, che sono ambienti letteralmente autoreferenziali, che ci costringono sostanzialmente a parlarci tra noi come fosse un enorme bar virtuale: anche il linguaggio è decisamente autoreferenziale, spesso fatto delle stesse battute reiterate ad libitum.

Per esempio, Da quando c’è Suning gira la battuta che la proprietà cinese, notoriamente ricchissima (e proveniente da un contesto in cui il singolo è spesso asservito ad un superiore “fine collettivo”), potrebbe prendere qualunque giocatore dell’Inter e farne “nano da giardino”, oppure “mandarlo in miniera” o nelle “risaie cinesi”, addirittura “farlo sparire in una sperduta campagna della Cina”. O che Handanovic, quando è fermo sui pali, avrà esagerato con le dosi di Xanax, per non dire di quando ne facevamo uso noi tifosi quando vedevamo Brozovic ciondolare in campo.

Uno dei due giornalisti della Gazzetta conosce benissimo queste dinamiche “sopra le righe” da community online, perché dal suo pulpito (ironia della sorte: social) è più volte intervenuto per sparare a zero proprio sui social. Su “noi dei social”.

E la domanda da farsi, anche in questa sede, è se le parti in causa abbiano proporzioni adeguate, oppure se da quel lato vi sia un senso di “intoccabilità” in più, perché tanto a DonDiego quanto al Malpensante non verrebbe certo in mente di querelare qualcuno, se ci dà dei “compagni di merende”, come se fosse un complimento.

Essendo evidente, al tempo stesso, che da “quella parte”, sui medesimi social, ci si sente liberi di usare, contro chiunque, quelle stesse parole per le quali, quando le si riceve, ci si sente offesi:

Per inciso, l’articolo di cui stiamo parlando era titolato “mendicanti di copie”. Oppure:

Tale tendenza, nei giorni successivi alla sentenza, è parsa essersi persino esacerbata, tanto che il povero DonDiego vorrebbe capire, da un lato, perché è stato etichettato come “indegno epigono” (dal vocabolario di google: Discepolo o successore, di solito inferiore e decadente, senza personalità né capacità creativa; meno com. (spec. al pl. ), i discendenti che dei progenitori non hanno né le qualità né le virtù”) e, dall’altro lato, perché mai avrebbe condizionato e “probabilmente danneggiato l’imputato”: quale sarebbe, in particolare, il presunto “tentativo di interferenza processuale” da egli posto in essere, accusa che, di per sé, appare anche piuttosto grave?

E a tutti quelli che ci sostenevano e ancora ci sostengono? Lapidariamente epigrafati Barlafus, “oggetti inutili”:

Se, dunque, il problema di fondo è “l’offesa”, il “trascendere”, il minimo da fare sarebbe un passo indietro da parte di tutti, nessuno escluso, perché altrimenti siamo, sì, tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri; abbiamo, sì, tutti libertà di espressione, ma qualcuno deve limitarsi perché offende, mentre altri no perché le stesse parole pronunciate o scritte da loro non sono offesa.

Ne estraiamo solo alcuni, anche se gli esempi potrebbero essere molti:

 

Si potrebbe continuare eh, ci fermiamo qua semplicemente perché non è importante: è giusto per capire i metri di misura.

E, sapete una cosa, non ci dà fastidio.

Chi usa internet da molto tempo sa che molti anni fa i progenitori dei social erano diversi, non ci si iscriveva mai con il vero nome: si creava un “avatar”. Quando si è sui social, non ci si rapporta con la “persona dietro l’account”, bensì con quello che si definisce “avatar”, con la figura, non con la persona. Come quello che insulta Icardi per mesi e mesi e poi si fa il selfie con lui felice come un bambino. Nella “vita reale” siamo diversi da quello che traspare dai social.

Infine, la questione “immagine” del logo del giornale raffigurato su un rotolo di carta igienica, al quale è stato fatto riferimento dal giornale medesimo, anche se la Gazzetta non ha sporto alcuna querela, né ha in alcun modo preso parte al giudizio, come persona offesa e/o come parte civile.

Sapete come si è giustificato uno dei giornalisti riguardo alla questione del fotomontaggio del carretto cinese al posto del motorino a San Siro? (questione del tutto analoga a quella del logo su cartaigienica, non fosse per la ben diversa capacità di “diffusione” esistente fra il sito de IlMalpensante e quello della Gazzetta..)

Colpa del web, che è spazzatura:

Peccato che anche sul sito de ilMalpensante quell’immagine ci finisca per una sfortunata serie di eventi e se scrivete il nome del giornale su Google, un giorno sì e l’altro pure viene fuori quell’immagine che, teniamo molto a sottolinearlo, è stata creata da altri, non da noi. La referenza più distante (che abbiamo trovato, non è detto che sia l’origine) è del 2014:

Il contenuto, precisiamolo che non si sa mai, NON è de ilMalpensante ma si trova su questo articolo:

http://www.giulemanidallajuve.com/newsite/articoli_dettaglio.asp?id=3992

(Se il giornale in questione ce lo chiederà, lo rimuoveremo all’istante).

Non lo faccio per mettere in difficoltà il blog bianconero, ci mancherebbe: l’articolo è del 2014 ed il reato, sempre che ci sia, è comunque prescritto. Ma quell’immagine è diffusa nel web da quasi un decennio, e dà fastidio solo se il selettore casuale delle immagini la inserisce su ilMalpensante?

Fa scandalo solo se lo si trova su ilMalpensante.com

Per inciso, con lo stesso metro di giudizio, migliaia e migliaia di tweet “contro” vip, personaggi televisivi, giornalisti sarebbero da querela, ben più e peggio di quanto contenuto nell’articolo in questione.

Sempre per inciso, ad oggi non risulta che il giornale abbia chiesto la rimozione dell’immagine sul sito GiùLeManiDallaJuve né che le decine e decine di occorrenze online abbiano ricevuto questa richiesta o una querela, così come le migliaia di insulti veri che prendono ogni giorno sui social. Se fosse davvero motivo di offesa, sarebbe già stata richiesta la rimozione sull’altro sito, no? E invece no, l’articolo c’è ancora, l’immagine è lì ferma dov’è.

Ha il sapore di “punirne uno per educarne 100”, vero?

Aggiungiamo un altro inciso: di immagini così è pieno il web: cercate su google “giornali carta igienica” e tornate.

Serve il supporto di tutti voi

A questo punto?

Stefano non ha ancora deciso se ricorrerà in appello, ma di certo la sentenza sembra nettamente sproporzionata tra le parti e, soprattutto, stride in modo eclatante con quanto emerge altrove e in altri contesti:

La sentenza, però, arriva da un giudice e pertanto – perlomeno fino a quando non verrà, eventualmente, ribaltata da un altro Giudice di grado superiore – deve essere rispettata.

Ecco perché oggi scriviamo, perché Stefano non ha la capacità economica per poter far fronte alla richiesta di risarcimento.

Ecco perché c’è bisogno di voi.

E questo “voi” è molto più generalizzato del semplice “tifo interista”, perché in gioco c’è qualcosa di molto più che la vicenda di Stefano o di un sito di tifosi.

Attenzione (e qui, sì, ci rivogliamo agli interisti) perché non è finita e non finirà, insistono, qua ognuno si sente libero di sparare la sua dall’alto del suo “giornalismo” e noi costretti a subire in silenzio, perché se parli adesso rischi di trovarti una querela, di proporzioni elefante vs formica.

Vogliamo trasformare questa vicenda in una cosa diversa.

Facciamo una raccolta fondi, chiamatela come volete, “acquista una Gazzetta” o come volete voi: in tanti avete smesso di comprarla, dovrebbe bastare che ne “acquistiate”, tramite donazione qui, un paio di copie, se volete anche di più.

Su Gofund, basta cliccare sull’immagine:

Oppure su Paypal, basta cliccare sull’immagine:

 

Ma, c’è un “ma”, anzi due, quelli che possono cambiare i connotati di questa storia.

Se Stefano dovesse decidere di ricorrere, e finisse poi auspicabilmente per vincere, ha già deciso che tutto quanto raccolto sarà COMUNQUE devoluto a un’opera di beneficienza che sarà individuata a breve (e, invero, si aspettano suggerimenti).

Anzi, si fa di più – e qui ci rivolgiamo ai due giornalisti che già in passato hanno rifiutato la proposta del primo avvocato di Stefano, ovvero un articolo di scuse, rimozione dell’articolo incriminato e di tutte le occorrenze online legate a Stefano e ilMalpensante (opera già fatta a suo tempo, tra l’altro) e riconoscimento di un risarcimento simbolico: se la questione è davvero la Vostra onorabilità e la Vostra immagine, Vi si fa una offerta che speriamo vorrete accettare, ad ennesima dimostrazione che “contro le persone” non c’è mai stato nulla, neanche nella più lontana delle intenzioni.

L’opera di beneficienza la sceglierete Voi, purché legata al mondo del calcio.

Lavorate su un grande giornale e avrete certamente centinaia di contatti e richieste in tal senso: non fa differenza, purché abbia valore etico e morale, purché si dia un messaggio positivo e di speranza.

Se Stefano dovesse vincere, sarebbe comunque merito Vostro. Gofund è pubblico, aggiorneremo pubblicamente anche il paypal che abbiamo aperto di proposito.

E vogliamo fare di più? C’è la convinzione che un’opera di beneficienza possa aumentare le donazioni, magari anche al di là della richiesta del giudice.

Vi proponiamo di fare altrettanto: nel caso Stefano rinunciasse all’appello o si confermasse l’esito nei vari gradi di giudizio, con quanto sarà raccolto dalla nostra campagna, a prescindere da quanto raccolto, fate beneficienza anche voi? Sarebbe merito vostro un multiplo di volte.

D’altra parte, se la questione è davvero di professionalità e immagine, e non si nutrono dubbi in proposito, questo è anche il modo di Stefano, e de ilMalpensante, di provare a risolvere una situazione comunque “antipatica”, per dirla alla Moratti: vi tenete i soldi o chiudiamo questa triste faccenda trasformandola in una vicenda improvvisamente bellissima?

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