Quel problema chiamato Eriksen

Introduzione

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NOTA: il sito è in manutenzione, pertanto potrebbero esserci degli spazi bianchi ingiustificati all’interno dell’articolo. Grazie per la pazienza!

 

“Niente è realtà, tutto è narrazione”.

Non sono un giornalista, ma se lo fossi credo sarebbe questa la lezione più grande trasmessami da un giornalista (e che giornalista!), diversi anni fa.

Tutto può essere raccontato in decine di modi, anche contrastanti tra loro, e quella narrazione troverà persone favorevoli e persone meno favorevoli, molto contrarie o poco. E se, da una parte, c’è un gruppo di fruitori che ha già un suo giudizio (che sia “pre” o formato dall’esperienza diretta), dall’altra c’è sempre una quantità non indifferente di persone che il giornalista, il narratore, sa di potere convincere, di potere condizionare. Anzi, di poterne condizionare la visione con la sua narrazione.

Oggi è anche facile da osservare come fenomeno, basta farsi un giro qualunque sui social. Basta osservare quello che succede, per esempio, con il rigore non dato all’Inter per fallo su Lukaku contro il Genoa: quante persone avranno valutato “regolare” soltanto perché questa è la narrazione? Tantissimi.

 

Lo sa anche Beppe Bergomi, e con lui un bel po’ di gente, che sta portando avanti una vera e propria “guerra” personale nei confronti di Christian Eriksen, al punto da vedere mostruose prestazioni dei suoi avversari (vedi Rovella in Genoa-Inter) o di fare enorme fatica persino ad ammettere che un’apertura di 40 metri di collo esterno a tagliare il campo verso Darmian sia cosa, beh, sì, carina… però hai visto che bella partita di Rovella?

Non solo la narrazione di Bergomi, ma anche il continuo martellare da ogni parte, ha inevitabilmente condizionato una buona fetta del tifo interista, almeno di quella parte che di Eriksen non aveva esperienza di visione diretta, non aveva giudizio o pregiudizio e stava semplicemente aspettando i risultati del campo, speranzosa.

Ma tutto è, appunto, narrazione: e se la narrazione è in qualche modo “drogata” da un artificio, la verità rischia di passare in secondo piano, perché presto o tardi condiziona l’osservatore. È inevitabile.

Con questo articolo provo a dare una visione diversa, senza avere pretesa di convincere nessuno, ma semplicemente per fornire spunti di riflessione a chi ha voglia di leggere ilMalpensante.

Partiamo dalla considerazione più ovvia: Genoa-Inter non è la partita migliore per questa contro-crociata, ma proprio per questo fa al caso mio. Più facile sarebbe stato aspettare una buona prestazione, ma a me non interessa né convincervi né manipolare la narrazione.

Non è la partita migliore sia perché la prestazione di Eriksen non è stata brillante (ma neanche insufficiente) sia perché quella dell’Inter lo è stata altrettanto per un’ora circa, diventata più agevole solo dopo il primo gol di Lukaku.

 

Parlando di Genoa, devo ammettere che trovo paradossale che gli stessi che “rimproverano” la prestazione di Eriksen sono i primi a “giustificare” (le tante virgolette sono dovute giusto per sottolineare che i termini sono un po’ forzati perché un po’ vi voglio anche provocare) il gioco espresso dall’Inter per quasi un’ora, quello tanto odiato in certe partite di Spalletti: lento, noioso, prevedibile, ripetitivo. Solo che per Luciano non era una valida… “scusante” il fatto che i suoi migliori fossero Icardi, Brozovic e Perisic, ovvero quelli che oggi gran parte del mondo interista vorrebbe il più lontano possibile da Milano perché mediocri; e neanche il fatto che gli avversari si chiudessero spesso a riccio: a poco servivano anche le statistiche, ovvero che l’Inter era comunque sempre nelle prime 3 posizioni come possesso palla, nelle ultime 3 come tiri subiti (meglio soltanto la Juventus finalista di Champions e il Napoli di Sarri). Perché la narrazione doveva essere quella, a dispetto della realtà e dei numeri.

D’altra parte, però, su questo sito non mi sono mai allontanato da quello che succede all’interno del rettangolo di gioco, perché ci deve interessare solo parlare di calcio, né più né meno. Pertanto, sì, a giustificazione di Conte e del gioco espresso dall’Inter contro il Genoa ci deve essere, necessariamente, la considerazione che l’avversario si è chiuso moltissimo, ha rinunciato letteralmente a giocare, a provare persino a fare un gol se non per qualche rara puntata là davanti buttata verso Pandev, di quelle buttate a casaccio. Tra l’altro con prestazioni difensive individuali notevoli.

Diventa un po’ meno comprensibile se lo fa avendo in squadra gente, per dirne due, come Lukaku, ma sul belga c’è da ammettere l’ottima prestazione dei centrali avversari, o Eriksen… e siamo qui per questa ragione.

Quando Eriksen è arrivato, ho provato a raccontare come l’ho visto negli anni del Tottenham, avendo alle spalle un background di un buon numero di partite viste ogni anno dal primo in UK in poi.

Lo trovate qui, cliccando sul titolo dell’articolo:

 

Per chi non avesse voglia, ci sono tre aspetti da considerare sopra tutti.

Eriksen non è un calciatore che ama lustrini e paillettes, non ama i riflettori. Non è quel calciatore che erroneamente molti aspettano, fatto di dribbling e robe pazzesche, giocate funamboliche.

Eriksen è quel tipico calciatore che sa farti da “switch”, tra accelerazione e gestione: se vogliamo pensare a qualcosa di più conosciuto, Modric, con il quale condivide l’errabondare su più zone del campo (anche Modric ha giocato esterno e trequartista prima di affermarsi definitivamente al centro e più dietro) oltre alla squadra che lo ha messo in luce.

Rispetto a Modric, chiaramente (nessuna voglia di paragonarli), manca soprattutto di quella straordinaria abilità del croato nel vincere i duelli, ma è anche questione di abitudine: Eriksen ha giocato in tutte le zone della metà campo, ma per gran parte della sua carriera gli è stato chiesto poco sacrificio tattico. Non è un caso che il suo miglior score difensivo arrivi proprio con Pochettino, nelle due stagioni in cui esplode Alli e l’allenatore argentino costringe Eriksen a spostarsi e muoversi di più.

Insomma, il danese è un calciatore che ama l’essenziale, pur avendo nel dna una qualità che all’Inter manca dai tempi di Motta e Sneijder: il senso della verticalità.

Christian da questo punto di vista è straordinario: se cercato con continuità, è uno di quelli che non si preoccupa del rischio di sbagliare se c’è da provare un corridoio, un’apertura, un assist… tanto che la sua percentuale di passaggi riusciti è sensibilmente più bassa di quella che ci si aspetta da uno della sua qualità tecnica.

Infine, Eriksen gioca meglio fronte alla porta. Può sembrare una banalità, ma in realtà non è così: pensate a trequartisti che hanno fatto del gioco spalle alla porta la loro qualità migliore, da Zidane al Totti prima di reinventarsi centravanti, per non dire dello stesso Sneijder, che però avrebbe potuto fare qualunque ruolo e qualunque cosa. I lettori di The Legend One hanno letto un articolo di quel tempo in cui già illustravo come era cambiato il ruolo del trequartista… e Eriksen, che lo vogliate o meno, trequartista non è affatto.

 

La somma di queste e alcune considerazioni dell’articolo di febbraio portano a una naturale affermazione: la marcatura a uomo sui centrocampisti che spesso si vede in Italia, gli spazi ristretti, la tendenza di gran parte delle squadre di difendere molto indietro, non aiuta questo genere di calciatore, soprattutto se schierato (erroneamente) trequartista. Che non è Messi, non è Lukaku: ha altre caratteristiche, ed è per queste che andrebbe sfruttato. Se l’Inter avesse preso Kroos gli avremmo chiesto qualche dribbling sulla trequarti? Ecco. Ma Eriksen è come Kroos? La questione è che, sì, potrebbe.

Con questo bagaglio, facciamo un ulteriore step verso la partita. Cosa non quadra in Eriksen? È davvero una questione di “ferocia agonistica”, di rabbia, di mollezza? Non è il mio modo di vedere il calcio… e credo che sia fuorviante per tante ragioni.

Prendiamo, per esempio, Kevin De Bruyne, calciatore che il 99% dei tifosi interisti vorrebbe, me compreso. Se sovrapponeste le statistiche (persino parametrandoli per partita o per 90 minuti) di Eriksen e De Bruyne vedreste numeri molto simili da tutte le parti, compresi i numeri difensivi: 1,23 taclke a partita per il danese, 1,38 per KdB; 0,7 intercetti a partita contro 0,55; 5,26 recuperi palla contro 4,88; 3,1 duelli vinti contro 4,05; 4,57 duelli persi contro 4,05. Figuratevi, hanno pure la stessa precisione di tiro: 36%, roba da lustrarsi gli occhi.

Questo il confronto tra le due migliori stagioni dei due, escludendo la scorsa per ovvie ragioni:

 

Vero che Guardiola si è anche affidato a Fernandinho o Rodri, ma non si è fatto problemi quando è stato necessario reinventarsi David Silva o Gündogan mezze ali, che di tackle e intercetti anche meno di 1/4 di KdB e Eriksen.

Insomma, il calcio bava alla bocca non fa per me: per carità, se il “cazzuto” è anche di qualità, vedi Sneijder o Motta, ben venga. Ma si può giocare a calcio in mille modi. E se l’Inter acquista KDB l’anno prossimo che facciamo? Gli rimproveriamo che fa pochi tackle? Che intercetta pochi palloni? Perché anche lui soffrirebbe in un calcio diverso da quello inglese e del City di Guardiola.

Cosa non funziona di Eriksen all’Inter, allora? Lo leggete a pagina 2.

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