Quel problema chiamato Eriksen

Seconda parte

Per me sono due aspetti su tutti: i tempi di gioco e i movimenti dei compagni.

La leggenda popolare voleva che con Conte e Pintus anche i morti sarebbero diventati fortissimi, tutti avrebbero corso come demoni affamati per 90 minuti, che non ci sarebbero state più brutte partite, mai più mollezza, mai più lentezza, mai più lassismo in campo: “Conte li può fare giocare alla morte” è una cosa che continuo a leggere anche oggi.

La realtà ci sta raccontando altro, ovvero che Conte è umano e le difficoltà sono di tutti, di Conte come del miglior Guardiola o di Mourinho… ma che si è Guardiola e Mourinho, e quindi anche Conte, se hai a disposizione squadre di un certo livello, che ti somigliano anche: e probabilmente neanche Conte avrebbe fatto diventare oro una squadra con Perisic e Brozovic come top, Borja Valero, Vecino, Nagatomo, Eder, Joao Mario, Murillo, Medel, Kondogbia, Ansaldi… giusto per non dimenticare cosa eravamo fino a 3 anni fa.

Ma Conte è, non c’è dubbio, un allenatore anche più intelligente di quello che pensano i suoi più accaniti sostenitori, perché ha capito che questa squadra ha delle caratteristiche peculiari: se schiera due punte, fa fatica a trovare equilibrio, lo faceva con Spalletti, lo fa con Conte, anche se è cambiata gran parte di quella squadra; non ha una uscita di palla veloce e, quando deve alzare i ritmi o rifiatare, si appoggia spesso verticalmente su Lukaku nonostante non sia il mestiere migliore né preferito dal belga (ma su questo ci tornerò a parte).

 

Queste cose non accadono perché Conte è scarso o perché non sa come fare: è solo che è intimamente convinto che altrimenti non funziona, o comunque andrebbe peggio. Ed è molto probabile che abbia ragione. Certo, siamo liberi di pensare che per certi versi si tratta di spostare una sola pedina (un difensore con un centrocampista e lasciare tutto intatto: il 3-5-2 diventa 4-3-1-2), che ci vorrebbe poco a cambiare… e io effettivamente sono di questa linea, ma Conte preferisce affidarsi a una soluzione che lui reputa la migliore opzione possibile in termini di risultati: come sa chi mi legge spesso, da Conte non mi aspettavo bel gioco e non gliene faccio un torto se non c’è.

E, aggiungo, quello che da alcuni è stato scambiato come un mio atteggiamento “contro Conte” è, invece, sano realismo: perché, a conti fatti, se fosse stato vero che Conte vale 12 punti in più, a prescindere da tutto, con la squadra di Spalletti avrebbe dovuto fare da 81 (ultimo anno di Spalletti 69) a 84 punti (primo anno 72) con la stessa identica squadra. Ma io non sono mai stato pazzo a tal punto da pensare che prendendogli Lukaku, Barella e altra gente tra cui Eriksen, il salto doveva essere di ben oltre 12 punti.

Chiusa parentesi per chiarire che i peggiori nemici di Conte sono i suoi sostenitori a prescindere.

Questa “realpolitik” contiana (che approvo, non nei modi ma nel concetto) porta con sé, però, più di una controindicazione, ma una soprattutto: i tempi di gioco dell’Inter risultano più lenti di quelli che potrebbe avere, di quelli che dovrebbero essere l’aspirazione di una squadra che punta a diventare grande in Italia e in Europa.

I calciatori sanno o si adattano, per volontà o richiesta: sono rari i rischi individuali, quasi nessuno si prende il rischio della giocata.

Per Eriksen è un problema: la palla gli arriva con uno o due, o più, tempi di ritardo, talvolta non gli arriva neanche: c’è anche il parossismo brozoviciano che la palla gliela passa solo se inevitabile. E, se non lo avete visto, fateci caso alla prossima partita: se può, lo scavalca, lo ignora, interrompe il giro palla pur di non dargliela.

Inoltre, nonostante l’Inter abbia, tecnicamente, un solo uomo sulla fascia, il ricorso sugli esterni è diventato eccessivo, tanto che quest’anno è la prima in assoluto per cross: 83 cross, di cui 43 utili e 40 sbagliati (e non c’è neanche un Candreva da accusare). L’anno scorso quinta per totale, terz’ultima come precisione.

Giusto per referenza, Milan e Juventus sono a 29 cross totali. L’Inter “scarica” sull’esterno perché soluzione più semplice, venendo a mancare il movimento centrale tra le linee verticali e orizzontali. Ed è meno rischioso perdere palla lì che non al centro.

Anche questo per Eriksen è un problema.

 

E dire che per il danese non sarebbe un problema ricevere la palla sotto pressing, centralmente, purché qualche compagno abbia voglia e forza di muoversi di conseguenza, perché è qui il nodo: Eriksen ha bisogno di movimento attorno a sé.

Vediamo come ce lo racconta Genoa-Inter, una partita piena di tanti “vorrei ma non posso”: analizzo alcuni aspetti soltanto, senza addentrarmi in altri perché l’argomento è certamente più complesso.

Presupporto all’analisi: se l’attenuante di un Genoa molto chiuso deve valere per l’Inter, così come per Lukaku, deve essere così anche per Eriksen. Il meccanismo difensivo è stato molto preciso per un’ora di gioco, quell’ora in cui l’Inter ha prodotto il brutto gioco di cui sopra. Inizialmente il danese ha giocato sulla trequarti, con marcatura a uomo di Badelj, abbandonata quando il dansese si spingeva ai limiti dell’area, marcato a quel punto da uno dei tre difensori.

Questione di pochi minuti perché poi ha cominciato a muoversi di più: il meccanismo scelto da Conte prevede uno al centro dei tre CC, con i due che si aggregano in fase difensiva e offensiva “a scalare”: nel primo caso, generalmente prima Vidal, formando un centrocampo a 2, e poi Eriksen diventando a 3); nel secondo, sale prima Eriksen, poi Vidal, che diventano mezze ali.

I tre non sono fissi, perché si intercambiano la posizione molto spesso per non dare punti di riferimento all’avversario.

Facciamo parlare le immagini, vedendo cosa è mancato all’Inter e a Eriksen, insieme, per potere fare bene. Insieme.

Nella prima immagine abbiamo una delle casistiche più diffuse: palla a Lukaku che può decidere come smistare. Detto che ci torneremo a parte, Lukaku dà il meglio di sé se è già girato: il mestiere spalle alla porta non è suo. Lo fa, perde raramente un pallone, perché è grosso, forte fisicamente: ma la qualità di questo tipo di giocata è altra roba.

Lukaku ha un primo controllo spesso approssimativo, perde spesso “l’attimo giusto”… ma non la palla. All’Inter va bene così, tiene palla, fa salire la squadra, ha sempre uno sfogo utile quando è in difficoltà: ma non arrivano quasi mai giocate rapide. Per questa ragione Conte voleva Dzeko, perché avrebbe sfruttato meglio Lukaku e avuto un professionista strepitoso in questo fondamentale.

Palla a Lukaku, che può scegliere se servire sulla corsa Eriksen: sceglie invece di darla a Darmian sulla corsa. Se rivedeste il video lo notereste facilmente: la palla non arriva lì perché Lukaku perde quei due/tre decimi di secondo che lo obbligano a cambiare lato della giocata.

 

Seconda immagine. Palla sempre a Lukaku, stesso canovaccio di prima: controllo non perfetto, perdita di tempo e si perde anche la corsa di Eriksen verso la palla in buona posizione. La palla va sempre sull’esterno.

 

Questa è una situazione che succede spesso: l’Inter potrebbe cercare il taglio centrale verso Eriksen (Pandev va verso Brozovic) ma non lo fa quasi mai. Paradossale, non lo fa quando c’è Eriksen: se al posto del danese ci sono Vidal o Brozovic ci sono buone probabilità che questa giocata sia fatta. Da questa posizione, Eriksen sarebbe letale

L’abbiamo vista prima, la rivediamo ancora, è del tutto identica: palla profonda a Lukaku che potrebbe darla di prima all’accorrente Eriksen: il belga sente la necessità di stopparla, perde il tempo giusto e decide di servire indietro Brozovic.

 

Altra situazione che succede abbastanza di frequente con Perisic: ci sarebbe un triangolo a 3 già disegnato appoggiandosi a Eriksen, ma il croato preferisce fare da sé andandosi a imbottigliare là dove c’è persino un compagno a ostruirgli la strada.

C’è bisogno che ve lo dica? Tra una palla verso Vidal imbottigliato e una profonda per Eriksen che avrebbe poi due corridoi disponibili (per Lukaku e per Darmian), l’Inter sceglie quella meno proficua, ovvero verso Vidal (non perché è Vidal, ma per la posizione).

Nonostante il corridoio sia lì aperto come un’autostrada, tra l’altro con Badelj che sta facendo il movimento sbagliato in pressing più avanti, la palla non finisce a Eriksen (direzione indicata dalla freccia), bensì sulla fascia.

 

Qui a molti potrebbe sembrare più didattica che non opportunità: Eriksen sta uscendo in una zona apparentemente non pericolosa, ma D’Ambrosio preferisce darla sulla fascia verso Darmian, azione senza possibili sbocchi.

Ma è davvero didattica? Da un pallone preso in quella zona, l’Inter ha costruito una delle sue migliori occasioni: Eriksen che apre rapido palla a terra dall’altra parte verso Perisic che, finalmente uno contro uno, riesce a affrontare l’avversario e metterla in mezzo. È il racconto dell’azione del rigore non dato a Lukaku.

Stavolta è Lautaro a prendere la palla e ha due opzioni (in realtà tre, perché anche servire Darmian sulla corsa sarebbe un’ottima intuizione). Sono due giocate difficili, la più facile sarebbe verso Brozovic: ma tra darla a Lukaku in zona poco interessante e darla a Eriksen per un possibile scambio in velocità, l’argentino preferisce la prima opzione.

 

Indice

Loading Disqus Comments ...