Due passi indietro di Conte, tre avanti dell’Inter

Introduzione

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“Niente è realtà, tutto è narrazione”.

No, non sto ripetendo l’articolo precedente: è che, semplicemente, ci sta.

Ci sarebbero tante cose da dire… per esempio, ero attratto moltissimo dall’analizzare le prestazioni di Darmian e avrei cominciato nello stesso modo: tutto è narrazione. Perché, anche in quel caso, ho trovato stupefacente la narrazione, ovvero di come partite di fatto normali siano diventate buone nella narrazione, o come partite buone siano diventate ottime. Ma non siamo qui per discutere di Darmian, magari ci si torna con calma, tanto qui dentro non esiste la necessità di stare al passo coi tempi.

La narrazione, dicevamo.

La narrazione voleva che Antonio Conte da Lecce avrebbe resuscitato i morti, fatto diventare campioni i brocchi e reso l’Inter una squadra non solo bella ma efficace, al punto che, così diceva la vulgata, non avremmo più rivisto partite come “Bologna” o “Cagliari” o fate voi il nome della partita che meno vi era piaciuta. “Vale da solo almeno 12 punti in più”, era la chiosa della vulgata di cui sopra.

Siccome i numeri mi piacciono, provocavo: considerando tutto quello che era accaduto (l’uscita di Icardi, le intemperanze di Perisic e Brozovic, i continui furti arbitrali da Abisso in giù)…

Alla fine, tra prima Inter di Conte e Spalletti ci sono 10 punti, 82 a 72. I sostenitori a tutti i costi di Conte diranno che è merito suo, i denigratori a tutti i costi diranno che magari Lukaku al posto di Icardi sarebbe bastato, ma in più ci sono stati Sanchez, Godin, Sensi, Barella, Young, Moses oltre all’inserimento di Bastoni sul cui talento personalmente non ho mai dubitato.

Anche se, da questo punto di vista, mi pare che siamo tutti abbastanza grandi per dircelo senza remore: ci mancherebbe altro che un allenatore da 12 milioni l’anno, con la campagna acquisti più onerosa da 10 anni a questa parte, non facesse 10 punti in più della prima Inter di Spalletti, ovvero quella stessa Inter che, tolti i titolarissimi Miranda, Borja Valero, Vecino, Gagliardini, D’Ambrosio etc… poteva contare su Santon, Nagatomo, Eder, Ranocchia, Karamoh, Dalbert, Joao Mario: se Conte allenasse questa squadra, più che rivitalizzarla si farebbe esplodere in pubblica piazza.

Quindi, no, nessun overperforming con Conte.

La mia posizione era ed è diversa da entrambe, ovvero che ogni campionato racconta una stagione a sé, altrimenti dovremmo dire che l’Inter dello scorso anno vale quella del Triplete, e sappiamo tutti che è una scemenza che non si può raccontare neanche da ubriachi. E, di più, da Conte mi aspetto che faccia il massimo per tenere in piedi la competitività della squadra, a prescindere dalla stagione: ovvero indipendentemente che lo scudetto si raggiunga a 83 o a 95 e, soprattutto, che lo faccia senza incantarmi nel gioco, perché ho ben chiaro che le belle partite, nella carriera di Conte allenatore, sono poche, almeno secondo i miei gusti.

Ed è una posizione che ho sempre sostenuto sin dall’inizio:

Pertanto mi consideravo fuori dalla narrazione… anzi, delle narrazioni mainstream di Conte, ovvero da quella che lo dipingevano come messia assoluto, novello demiurgo, e l’unico con cui si potesse vincere, e dall’altra, ovvero come il male assoluto. Anche se, francamente, tutto il suo trascorso umano non trova la mia approvazione, ma tant’è, i professionisti tali devono essere: non modelli etici, bensì, appunto, professionisti.

Posizioni come la mia hanno valore zero assoluto, perché le uniche che contavano erano quelle di società e calciatori, ma anche di Conte stesso. Ed è proprio su quest’ultima che, credo, ci si sia impantanati: ovvero che, per lungo tempo, Conte sia rimasto prigioniero del personaggio Conte raccontato dai media, che lo hanno coccolato e protetto come hanno fatto con pochi altri allenatori.

Conte schiavo della narrazione che lo voleva artefice di una squadra tutta grinta e “bava alla bocca”, tutta aggressività e roba del genere: come se il campo di calcio fosse un’arena e non, appunto, un campo di calcio.

Ma se, probabilmente, l’intelligenza di Conte non arriva alle inaudite vette vagheggiate dai suoi più estremi ammiratori, non è neanche così stupido come i suoi più accaniti avversatori lo dipingono. D’altra parte non arrivi lì dove sei arrivato se non hai anche un bagaglio di tutto rispetto.

Conte è stato “schiavo” di questa narrazione, incastrato nel personaggio, finché non è arrivato davanti a un baratro spalancato davanti a sé: quello del fallimento nonostante abbia a diposizione una rosa completa e, senza ombra di dubbio, all’altezza di vincere il campionato in questa Serie A. E di fronte al fallimento ha avuto la reazione giusta, perché Conte è “contista” prima di tutto e ha deciso di correre ai ripari. Ci è arrivato per gradi, o almeno passando per due grossi step che proviamo a riassumere.

Solo che, per riassumerli, devo affidarmi sempre alla parte oscura del calcio: quella della narrazione che non combacia con la realtà.

La prima, ovvero che Conte ha cambiato il modulo perché c’era Eriksen da inserire… e non è affatto così: il cambio di modulo è precedente all’arrivo del danese e Conte sceglie di cambiare perché si accorge che qualcosa non funziona più. Ovvero, la sua Inter era diventata prevedibile.

Ce lo ha raccontato lui stesso come funziona in questi casi, lo ha fatto l’altro giorno in tv: in Italia (ma non solo, succede anche nei calci più “enjoy”) ti studiano e quindi diventi prevedibile se non hai alternative. L’Inter non ne aveva e Conte ha ammesso implicitamente di avere giocato in un solo modo o quasi, di essersi fossilizzato su una posizione.

Eriksen è acquistato dall’Inter il 28 gennaio. Dopo la bella vittoria contro il Napoli per 1-3, a inizio 2020 e senza Eriksen, l’Inter pareggia tre volte: contro Atalanta, Lecce e Cagliari, ma alcune crepe si erano già viste in precedenza, contro la Spal, con annesso sorpasso alla Juve (2-1 con diverse occasioni per vincerla 3-1 ma anche per pareggiarla 2-2), contro la Roma (pareggio 0-0) e Fiorentina (pareggio 1-1, sebbene all’ultimissimo secondo).

Ovvero 14 punti in 8 partite, media di 1,75 di media a partita. Che se avessi voluto forzare un po’ la mano alla statistica, avrei potuto scegliere di partire proprio contro la Roma, ovvero come si fa di solito partendo dal primo risultato non proprio positivo: 11 punti in 7 partite, 1,57 a partita. Con queste medie non vai da nessuna parte.

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