Cosa (non) aspettarsi da Calhanoglu

Bentornati agli amici de ilMalpensante.com

Non ho ben chiaro se e quanto tempo avrò in futuro, però finché ne avrò proverò a darvi qualche “pillola” di calcio malpensante, fisiologicamente più breve di quanto non fosse in passato.

Vi prego anticipatamente di perdonare la confusione grafica del sito ma ho iniziato un lavoro di ristrutturazione definitiva e entro un mesetto dovrei aver sistemato tutto.
Prima dell’inizio del campionato proviamo a parlare dei nuovi arrivati.

Comprendo che ci sia molto malumore, che l’argomento più caldo sarebbe la questione societaria, i progetti futuri etc… ma non sono un insider, non lavoro per l’Inter né per Suning e, pertanto, le mie elucubrazioni avrebbero tutto l’aspetto di semplici supposizioni. Se poi avete curiosità, diciamo che il succo di quello che penso è tutto in questi 8 tweet, soprattutto l’ultimo (e a quanto pare non mi sbagliavo sui 3 acquisti…):

 

Parliamo dei nuovi arrivati e cosa possono darci, oggi è il turno di Hakan Calhanoglu.

Nel calcio ci sono calciatori sfortunati, ovvero quelli che sembrano essere più bravi di quel che non sono in realtà e, pertanto, si tende non solo a giudicarli con largo anticipo, ma anche a imprimere il peso delle proprie aspettative nei giudizi successivi.

Hakan è uno di questi. Ovvero è un calciatore che è parso, per un periodo di tempo, comunque non breve (stiamo comunque parlando di quasi 4 anni), molto più bravo di quello che non è in realtà. E quando arriva in Italia, tra l’altro con l’età giusta per emergere nell’immediato (23 anni), il peso delle aspettative si è abbattuto su Calhanoglu, con tutta la violenza possibile: perché le aspettative erano davvero altissime, non soltanto per i cugini rossoneri, ma anche per chi invidiava quell’acquisto al Milan… oh, in molti invidiavano tutta quella campagna acquisti, quando in realtà era tutta aria fritta pompata dai media.

Io inserivo Hakan tra i più sopravvalutati, perché da lui ci si aspettavano meraviglie dell’impossibile.

Giusto fare una precisazione: molti di questi “calciatori sfortunati” sono doppiamente sfortunati, perché spesso finiscono nel contesto peggiore possibile per emergere e fare quello che sanno fare meglio. In altri contesti, con altri allenatori e altri stimoli, magari avrebbero avuto più fortuna, la strada giusta per emergere e imporsi, fare quello step successivo necessario per essere campione.

 

 

Non che ci siano allenatori o ambienti ideali per tutti eh, beninteso: Carlo Ancelotti annovera nel suo palmares il “capolavoro Pirlo”… che in realtà è di Mazzone, ma vabbe’, eppure è lo stesso che non capì la natura di Thierry Henry (oggi compie gli anni, auguri!) e lo schierò prima da finta punta che scala sulla fascia per coprire Zidane (tipo Delvecchio con Totti… oh, credo di essere invecchiato), poi da ala pura in un calcio estremamente rigido e codificato (corri, vai sul fondo, crossa, torna indietro, aiuta il terzino, copri fino al limite dell’area; corri, vai sul fondo…) e infine, perla finale della sua esperienza bianconera, esterno a tutta fascia in uno sperimentale 3-5-2. Ah, perdio: Moggi voleva parcheggiarlo all’Udinese per prendere il pur buono Marcio Amoroso.

Mourinho è un allenatore che ha fatto le fortune di molti calciatori, per esempio, ma non ha compreso immediatamente il valore, tra gli altri, di Lukaku e De Bruyne. Non ci sono maghi incondizionati, bravi a tutti i costi con tutti. Non Mourinho, non Guardiola, neanche Conte che stava rinunciando a Brozovic, Eriksen e Skriniar perché voleva perseverare sulle sue idee.

Scusate la digressione.

Dicevamo di Hakan… sfortunato due volte, perché più bravo di quel che non fosse al momento (e non per la potenzialità in sé) e sfortunatissimo per l’ingresso in una delle società più confusionarie della storia, con un presidente fantasma che qualcuno un giorno dovrebbe raccontare a dovere, e Mirabelli e Fassone che imbastivano circi APACF-Show ridicoli come se avessero acquistato Messi e Ronaldo contemporaneamente:

E come se non bastasse l’estrema confusione societaria, spacciata per lungimiranza, quella tecnica non era da meno: Montella prima, Gattuso poi, Giampaolo per un breve periodo e successivamente Pioli. Nessuno di questi è parso poter tirare fuori il meglio da Hakan, così come nessuno dei compagni di squadra sembrava potergli fornire il giusto supporto. I partner d’attacco di Calhanoglu potrebbero somigliare a un discreto film horror, non tanto per il valore in sé dei calciatori, ma per come erano usati in campo e come hanno reso: Cutrone, Kalinic, Suso, Borini, André Silva, Pjatek, Castillejo, il nuovo-Kakà-Paquetà… fino all’arrivo del partner peggiore possibile per il gioco di Calhanoglu, ovvero Ibrahimovic.

Insomma, se il turco ha mai avuto un incubo in vita sua, non è stato niente in confronto al contesto in cui si è trovato, lui e il suo calcio. La vicenda di André Silva ci conferma che un certo tipo di calciatori in quella squadra era naturale che facessero fatica. Anche perché gli si chiedeva di essere il top player, l’uomo della svolta, e non ha il physique du rôle per questa responsabilità.

 

Ma che calciatore è?

In Italia è arrivato dipinto come un trequartista puro, qualche giornale lo ha erroneamente accostato a Ozil, e in generale si è parlato di un calciatore diverso da quello che era in realtà. Ripeto, soprattutto più bravo di quello che non fosse.

In Italia soprattutto esiste una visione specifica del “trequartista”, che è molto più tipizzata rispetto alla visione che ne hanno negli altri campionati. E questo genera spesso delle contraddizioni, degli equivoci, che noi interisti viviamo ciclicamente: gli ultimi due sono Eriksen e Brozovic, che in Italia non potrebbero praticamente mai fare il “trequartista” come lo intendiamo noi.

Calhanoglu non è un trequartista vero, almeno non nel senso che l’immaginario collettivo italiota interpreta questo ruolo. E nel suo caso era comunque un atipico anche in Germania, lo sarebbe stato anche in UK. Non è un calciatore capace di catalizzare l’azione, addomesticarla o accelerarla a seconda delle necessità: non è quel tipo di giocatore che “vede prima” la giocata e vede verticalizzazioni e spazi dove un altro vedrebbe soltanto limiti.

In Germania era fortemente condizionato da un’idea di calcio estrema, che gli ha fornito numeri pazzeschi: numeri che, vedendolo dal vivo, assumevano tutt’altra fisionomia. Troppi tiri, alcuni incomprensibili e troppi lanci: nel calcio del Leverkusen, l’imperativo era il ritmo estremo che comporta notevoli rischi, anche a costo di sbagliare costantemente. E Hakan sbagliava con una frequenza pazzesca, per questo dico sempre che i numeri vanno calati sempre nella realtà della squadra e del calciatore che stiamo analizzando:

  • 2013-14 71,5%
  • 2014-15 69,5%
  • 2015-16 74,3%
  • 2016-17 77,6% (su 15 partite di campionato)

La percentuale si riferisce alla precisione nei passaggi. Giusto per continuare nell’errato raffronto, nei campionati Ozil è sceso al di sotto dell’85% soltanto un anno, al Werder. Eriksen mai sotto l’80%, e Christian era uno che al Tottenham aveva licenza di rischiare e sbagliare moltissimo.

 

Per Calhanoglu, quel 69,5% non è un errore: era il suo modo di giocare, pochi palloni e spesso rischiosi. Nell’ultimo anno le cose sono migliorate un poco, è parso che con nell’ultimo anno potesse fare un ulteriore step evolutivo (più tiri, più assist, più precisione e più nel vivo dell’azione) ma la lunga squalifica gli ha tarpato le ali, probabilmente anche dal punto di vista mentale.

Per come la vedo io, avrebbe dovuto specializzarsi da esterno d’attacco nel 4-3-3, dove probabilmente avrebbe trovato collocazione migliore, meno responsabilità, meno pesi, e dove l’errore pesa nettamente meno. Anche se avrebbe giocato con meno spazio, ma almeno con meno tempo per pensare.

Al Milan gli fanno fare la trottola in campo: interno, esterno, seconda punta, trequartista, persino regista, ruolo che avrebbe potuto ambire se solo avesse educato la mente, con largo anticipo, a un certo tipo di gioco. Ha funzionato praticamente solo con Pioli, solo da trequartista benché piuttosto atipico come interpretazione, perché nel calcio semplice di Pioli serve uno che acceleri l’azione e la verticalizzi, a volte senza pensarci neanche: non è un caso che assist e passaggi chiave crescano e non poco, calando un poco la precisione.

Simone Inzaghi si è dimostrato un allenatore molto pragmatico, ha cambiato pelle alla Lazio non solo nei moduli, ma anche negli atteggiamenti: la Lazio rapida e verticale della prima metà della sua esperienza non combacia con l’ultima vista, ovvero una squadra più abile nel palleggio e con un gioco per certi versi anche più godibile. Hakan in questo contesto potrebbe essere un’arma importante, perché consentirà a Inzaghi di cambiare pelle e di accelerare la giocata, cosa che non gli consente né Brozovic né Barella.

Per l’Inter è una sorta di risposta (economicamente un affare, senza dubbio) all’assenza di Eriksen (stammi bene Chris, ti vogliamo bene), a patto che non ci si debba aspettare le cose che faceva Eriksen… o meglio, senza aspettarsi la completezza del danese, che è bravo a gestire ma anche ad accelerare, mentre Calhanoglu fa molta fatica a fare la prima delle due cose.

 

L’Inter ha un problema atavico che è nato poco dopo l’illuminazione di Spalletti di schierare Brozovic mediano: se il croato è marcato a uomo, ha bisogno di qualcuno che gli sgravi un po’ i compiti di regia. Calhanoglu può farlo? Non certo come accadeva con Eriksen, di fatto doppio regista. Non ha, come nel caso del danese, la visione “posteriore” che gli consente di smontare il pressing avversario. Quando dai la palla a Eriksen, sai che è in un porto sicuro perché lui ha già visto prima di te tutta la struttura dell’azione e se è lì a chiederti palla è perché sa già cosa farne: non così Hakan, che Inzaghi dovrà fare intervenire in un secondo momento della costruzione, quindi dovrà sfruttare di più i piedi buon di De Vrij e di Bastoni.

Soprattutto non gli si deve concedere la possibilità di pensare troppo. Quando Hakan pensa troppo, rallenta talmente tanto da diventare la versione 1.1 di, tenetevi forte, Ricky Alvarez, con la differenza che Ricky aveva una terribile paura di sbagliare mentre il turco no, l’esatto contrario. I ritmi non devono essere troppo bassi, altrimenti pensa troppo: questo Inzaghi deve averlo chiarissimo per non farlo implodere nuovamente in una crisi tecnica dalla quale uscirebbe a fatica. Attenzione, ripeto, rimarco, sottolineo: se gli si dà troppo tempo per pensare il rischio è enorme, perché lui è un calciatore istintivo: se pensa troppo, diventa un bradipo inguardabile.

Calhanoglu deve essere libero di accelerare e sbagliare, deve poter lavorare poco la palla in regia, quanto basta per aiutare Brozovic, e giocare il più ordinato possibile per poi tentare la specialità che preferisce dopo i calci piazzati: il lancio lungo.

Giusto dirselo con largo anticipo: di Hakan dobbiamo accettare gli errori, che saranno tanti e costanti. Non succede perché è scarso, ma perché ha ricevuto questo imprinting per cui, tirate le somme, se molti errori ti concedono 2/3 tiri e 2/3 occasioni o palle gol, ne vale la pena. È quello che non hanno capito al Milan, né i suoi allenatori, né i suoi compagni né i tifosi.

Non è Mesut Ozil, non è Luis Alberto e non è tantomeno Christian Eriksen. È un buon calciatore che nel contesto giusto può diventare anche forte, ma non un campione; determinante nei singoli match ma non decisivo nel lungo termine; può portare in dote molto sui calci piazzati, talvolta moltissimo (più o meno la metà delle quasi 100 occasioni da rete create l’anno scorso arrivano da questo fondamentale) e anche qualche gol, a patto che non sia una dote attesa e da portare a tutti i costi.

 

All’Inter non troverà l’egocentrismo onnivoro di Ibrahimovic, che ha la capacità di annullare gli spazi a disposizione dei compagni accanti (ampliandoli di fronte): Dzeko e Lautaro sono più associativi, sono più adeguati per il gioco del turco. Non dovrebbe avere problemi a dialogare con loro. Inoltre, va a colmare una lacuna enorme dopo l’uscita di Eriksen: i calci piazzati. Ha ottime doti che al Milan non si sono viste per esteso, benché sottovalutate dagli stessi milanisti (ripeto, quasi il 50% delle occasioni create arrivano da calcio da fermo!).

Insomma, ci sono molti margini affinché in nerazzurro possa fare meglio, nettamente meglio, di quanto visto con il Milan. A patto che  non ci si aspetti miracoli, e si accetti il prezzo da pagare per avere da parte sua assist, gol, tiri e occasioni da rete create: ovvero molti errori. A meno che non ci sia quello step mentale, probabilmente anche tattico, che lo porti nella condizione di essere più efficiente oltre che efficace.

Arretrarlo, da interno, significa regalargli campo sia per la corsa che per il lancio: può aiutarlo, a condizione che non sia, mi ripeto, necessaria una interpretazione in stile Eriksen ultimi mesi

Quanti margini di miglioramento ha? Può ancora cambiare?

Intanto è necessario che non ci aspettiamo più di quello che possa dare, perché al momento mi pare che il limite più grosso sia quello che ha impedito ad Alvarez di emergere, ovvero un limite mentale, sebbene posto parecchio più in alto di quanto non l’avesse l’argentino. I margini c’erano e l’età non è così avanzata da poter dire che il calciatore è “fatto e finito”: sono due anni importanti i prossimi, in cui potrà rimodellare in parte sé stesso, la sua visione di calcio e il suo rendimento. Dovrà trovare nuovi stimoli, magari la voglia anche di dimostrare qualcosa di nuovo, di diverso: lo step deve essere, appunto, mentale, perché tecnicamente il calciatore ha buonissime qualità.

Inzaghi sembra un buon allenatore per questo genere di calciatori, non è un integralista e sa adattarsi molto, non farà fatica a trovargli la collocazione giusta. E forse dovrà anche cambiare modulo, perché c’è sempre quella sottile speranza che Sensi possa fare un campionato dignitoso e con minutaggio adeguato.

Altrimenti dovrà fare delle scelte pesanti e, scrivetelo, se Sensi sta bene, Hakan sta in panchina. E proprio in quel momento dovrà dimostrare quanto sarà maturato.

 

 

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